Vincenzo Noto

 

 

Filantropia, Solidarietà, Giustizia Carità e Politica

 

Filantropia, carità e giustizia sociale, sono termini affini ma certamente non equivalenti. Essi, dall’antichità classica al mondo globalizzato del XXI secolo, hanno interessato l’umanità. In particolare, la questione del rapporto tra giustizia e carità ha segnato lo svolgimento del pensiero politico occidentale, ogni volta che, nel corso della storia, la speculazione filosofica si è soffermata a riflettere sui fondamenti della convivenza umana, sulle basi delle relazioni sociali, e più specificatamente sulla natura del diritto e la sua funzione nel consorzio umano. Tale problematica si ripropone oggi, quando espressioni quali unità del mondo, comunità umana, fratellanza fra gli uomini circolano sulla bocca di tutti, il che dimostra il radicato convincimento circa la stretta relazione esistente tra diritto e carità.

Il termine filantropia, etimologicamente indica un sentimento di amore (dal greco filìa) nei confronti degli esseri umani (dal greco àntropos). Nell’uso corrente un filantropo è una persona generosa che fa attività di beneficenza. Si tratta, tuttavia, di un termine che nel corso dei secoli ha assunto diverse sfumature. Aristotele ne parla diffusamente nell’Etica nicomachea come di un bellissimo sentimento limitato però alla cerchia ristretta della società costituita della polis; non è universale come lo sarà poi con gli stoici, specialmente quelli romani. Anche nella letteratura greca incontriamo autori le cui opere hanno come tema centrale la filantropia. Ad esempio Menandro, poeta del IV secolo a. C., fa della filantropia la principale caratteristica della sua commedia. Di certo, il concetto di filìa non era nuovo nella letteratura greca (basti pensare al fortissimo legame di amicizia esistente tra Patroclo e Achille) e riguardava un forte sentimento di unione tra due persone che si riproponevano i medesimi obiettivi. In Menandro, che ripone nell'uomo una fiducia pressoché illimitata, la filantropia diventa un cercare di capirsi con gli altri uomini, un sentimento di amicizia non circoscritto a due persone, ma allargato a tutti gli uomini; e qui è evidente il parallelismo con Terenzio (l’autore della famosa frase  "homo sum: humanum nihil a me alienum puto"Sono uomo e nulla di quanto è umano considero a me estraneo). Mentre però Terenzio continua a rivolgere la sua humanitas ad una ristretta élite di persone, Menandro concepisce la filantropia rivolta a tutti gli uomini ("com’è cosa gradita per l'uomo essere uomo, qualora l'uomo sia veramente tale"). Tutti gli uomini sono uguali, sia il nobile cittadino sia l'umile servo. Quest’aspetto anticipa l'uguaglianza promossa dal Cristianesimo. Più tardi, nel circolo degli Scipioni il termine fu usato anche con il significato di "cultura letteraria e filosofica", mentre Cicerone lo usò con un'accezione semantica molto più complessa come ad esempio:"profonda sensibilità", "raffinatezza", "generosità"... . Non c’è dubbio che uno dei principi più validi dello stoicismo, già caro a Cicerone, è quello della solidarietà che deve esistere fra tutti gli uomini: l’uomo è sociale animal communi bono genitum (Seneca, De clementia I, 3, 2). Fu proprio il filosofo Seneca che contribuì a diffondere e radicare l’idea dell’humanitas, intesa come partecipazione alla vita degli altri, disposizione a prodigarsi, a comprendere, a compatire, ad attenuare le ire, i contrasti, ad amare ogni uomo, perché tutti siamo soggetti allo stesso destino mortale, alle stesse capricciose vicissitudini della sorte. Per Seneca anche gli schiavi, che un abisso sembra separare dal resto dell’umanità, sono uomini uguali a tutti gli altri e devono essere trattati con affabilità e con affetto; la schiavitù infatti è una condizione puramente accidentale. Inoltre, secondo il filosofo romano occorre coltivare il sentimento dell’amicizia, ma in modo del tutto disinteressato; l’uomo non deve mai essere considerato come un mezzo, di cui ci si serve per il proprio vantaggio, altrimenti chi stringe amicizia fa un’operazione commerciale, economica, da cui esula qualsiasi valore morale, umano.

Tuttavia, nonostante il termine ricorra frequentemente nella storia del pensiero, la sua elaborazione e giustificazione teorica ha inizio soltanto con il XVIII secolo, e precisamente con l’illuminismo. La filantropia rientra nell’ambito di quella tolleranza (in verità piuttosto ambigua) proclamata dagli illuministi. Scrive Voltaire nel 1764 nel Dizionario filosofico «Dobbiamo tollerarci reciprocamente, perché siamo tutti deboli, incoerenti, soggetti all’incostanza e all’errore […] chiunque perseguita un uomo, suo fratello, perché non è della sua opinione è un mostro».

In alcuni casi la filantropia è diventata “strumento di trasmissione dell’identità etnica”. È quanto è accaduto con la seconda generazione di immigrati ebrei negli Stati Uniti. Secondo la tradizione rituale israelita la tzedakan, così come prescritta dal Talmud (letteralmente “insegnamento” è il grande libro sacro dell’Ebraismo), era la carità fatta ai poveri, vista come atto finalizzato alla salvezza della propria anima; dare al povero, agli orfani, ai diseredati era un dovere religioso «ogni ebreo è responsabile del suo prossimo…..» dice il Talmud. Già nel XIX secolo tra gli ebrei tedeschi la filantropia aveva assunto la caratteristica di un’attività sociale di facoltosi individui, quasi una moda da praticare in società, una “carità interessata”. Ai primi del ‘900, con gli ebrei della seconda generazione, soprattutto est-europei e anche tedeschi, la filantropia diventò uno sforzo comunitario, un’impresa collettiva che cercava di unire gli ebrei in una comunità di interesse con dimensioni morali.

Nel Cristianesimo, invece, e in particolare nel cattolicesimo, la filantropia e la beneficenza sono viste come attività relativamente indipendenti dalla fede e ben distinte dalla carità, che è vista come amore di Dio nei confronti dell'uomo, un amore con cui l'uomo, a sua volta può donarsi agli altri, non solo con le opere e il denaro, ma anche con la sua presenza e la sua testimonianza di fede.

Anche la carità è un termine derivante dal greco chàris (benevolenza, amore). Nella teologia cristiana è una delle tre virtù teologali, insieme a fede e speranza. Lo stesso termine, però, si utilizza anche in riferimento all'atto dell'elemosina (nell'espressione "fare la carità"). Più in generale, esso si usa a proposito di ogni forma di volontariato.

La carità ha assunto un peculiare significato cristiano-sociale perché esprime l’amore e il rispetto per il prossimo, a qualsiasi condizione e nazione esso appartenga. La carità cristiana mirava, infatti, a far cadere le barriere del particolarismo religioso, politico e sociale che dividevano i popoli antichi, compreso quello ebreo. Gesù Cristo inculcando l’amore per il prossimo aveva insistito molto sulla sua indole disinteressata «se amate solo quelli che vi amano, se beneficate solo quelli che vi beneficano, che carità è la vostra?». S. Paolo nell’epistola ai Corinzi fa l’elogio della carità «anche se parlassi le lingue degli uomini, se non ho la c. sono come un bronzo risonante o come un cembalo squillante; la c. è paziente, è buona, non è invidiosa…. Non cerca l’interesse proprio, non si compiace dell’ingiustizia, ma si rallegra nel godimento della verità». Ed insiste sull’eguaglianza dello schiavo col padrone, sull’obbligo morale e spontaneo di chi possiede in abbondanza di soccorrere l’indigenza del povero. Nel XIII secolo S. Tommaso analizzò profondamente la natura della carità, definita da lui «amore di benevolenza» che spinge la volontà dell’uomo a fare il bene a un’altra persona, come lo procura naturalmente a sé stesso. E sull’amore reciproco di benevolenza è fondata, egli dice, «la comunanza di vita» fra gli uomini veramente cristiani.

Infine la giustizia può essere definita come virtù sociale dell’uomo che vuole riconoscere e rispettare ciò che è dovuto agli altri, secondo la ragione naturale e la legge dello Stato. Aristotele distingueva  la giustizia distributiva se applicata nella ripartizione degli onori e dei beni secondo il merito, e commutativa se negli scambi, o nei delitti e nelle pene, nessuna delle due parti ha dato né ricevuto di più né di meno. La  giustizia, intesa come una delle quattro virtù cardinali, è quella per cui diamo a ciascuno ciò che gli spetta; quella che ci inclina a dare a ciascuno il suo. Tale concetto fu accolto dai romani e il giurista Ulpiano gli dette una forma giuridica precisa: justitia est constans et perpetua voluntas jus suum cuique tribuendi (la giustizia è la costante e perpetua volontà di dare a ciascuno ciò che di diritto gli compete) costante, perché appunto riveste la forma di abito, e quindi di virtù; perpetua, in quanto intende riconoscere, sempre e in ogni caso, il proprio diritto a ciascuno. Definizione conservata nel medioevo, sia pure inserita in un quadro teologico, mentre i giuristi moderni la liberarono e cominciarono a distinguere la giustizia dalla religione e dalla morale, e a indagare le profonde radici della giustizia poste nell’animo naturale dell’uomo come una vocazione sociale, un obbligo al rispetto reciproco, donde la necessità sociale, nel caso di trasgressione di tale obbligo, di una congrua riparazione, dapprima con la pena identica al mal fatto, quindi con la bilancia e la spada che sono gli attributi dell’immagine visiva della giustizia. Di qui il primo postulato della giustizia: l’eguaglianza giuridica degli uomini (formulata per la prima volta dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, votata dall’Assemblea nazionale francese nel 1789) . La medesima esigenza di giustizia fra gli uomini si afferma fra gli individui e lo Stato, il quale deve riconoscere e tutelare i diritti naturali di libertà e di eguaglianza se vuole essere Stato di giustizia. Le sue funzioni hanno forme diverse: giustizia civile, penale, amministrativa, sociale o equamente distributiva, secondo la formula «a ciascuno secondo il suo bisogno». Spesso però un’applicazione troppo rigida del diritto potrebbe non tener conto di particolari circostanze del convivere umano e risultare pertanto inumana, crudele, sebbene perfetta a rigore di diritto. In questo senso i romani parlavano delle iniquità del diritto, che il pretore cercava di correggere, conservando la equità. Di qui il detto degli antichi: summum ius summa iniuria. (Si deve ai pitagorici aver illustrato il nesso tra equità e giustizia. Dalla loro dottrina Aristotele prese le mosse per distinguere una duplice giustizia: generale e particolare, divisione accettata poi e ripresa da S. Tommaso. Aristotele concepiva l’equità come una «stampella della giustizia», come un correttivo benevolo della generalità della legge). Pertanto l’equità non è la giustizia, semmai il contemperamento del diritto positivo in casi particolari, avuto riguardo alla giustizia naturale ed al fine della legge. Dalla giustizia legale si suole distinguere la giustizia sociale. Entrambe mirano al bene comune, ma mentre la prima persegue il bene comune della società perfetta civile o ecclesiastica, la seconda cura il bene comune delle altre comunità inferiori nelle quali gli uomini si organizzano. Al di là delle varie tesi ed ipotesi sulla natura della giustizia sociale (se essa possa farsi rientrare nell’alveo della giustizia generale ossia di quella che riguarda i rapporti tra il cittadino e lo Stato o  se rappresenti una nuova specie di giustizia che si distingue dalle altre avendo come suo compito specifico o proteggere i diritti naturali degli ordinamenti sociali o proteggere i diritti naturali dei singoli membri) possiamo  condividere la tesi secondo la quale la nozione di giustizia sociale si è affermata con il XX secolo, «quando cioè si è cominciato a riconoscere che la società stessa produce disuguaglianza ed ingiustizie spesso proprio quando funziona al meglio e nella maniera più produttiva, sviluppando benessere, ricchezza e cultura, quando cioè la redistribuzione dei benefici del lavoro di tutti diventa per sé un problema». (Paul Ricoeur)

Con il cristianesimo la giustizia viene integrata dalla carità che, più efficacemente della equità puramente naturale, corregge molto meglio le asprezze della giustizia.  Infatti, per il cristianesimo giustizia e carità sono fra loro intimamente connesse, pur rimanendo tra loro ben distinte. Questa dottrina ritorna insistente nei discorsi e nei documenti di diversi pontefici e ha avuto ampio riconoscimento nel Concilio Vaticano II.  Infatti come già notava Leone XIII (1878-1903)  in una delle sue ultime encicliche «se ricerchiamo con serietà le cause dei mali presenti, vedremo che essi derivano dal fatto che la carità degli uomini tra di loro si è raffreddata» (Mirae caritas, 1902). Anche Pio XI (1922-1939) ricordava che «nei nostri tempi […] è salutare il fatto di accrescere e favorire l’autentica carità di Cristo che sola senza alcun dubbio può apportare e conservare la vera concordia degli spiriti e un mutuo amore fra i popoli, amore che riposa interamente sulla giustizia» (Lettera per il IV centenario di S. Girolamo Emiliani 30-01-1937). Pio XII (1939-1958) fin dalla sua prima enciclica attribuiva all’oblio della legge della carità la causa che rende «quasi impossibile, o almeno precaria e incerta, la pacifica convivenza dei popoli. Il primo di tali perniciosi errori, oggi largamente diffuso, è la dimenticanza di quella legge di umana solidarietà e carità, che viene dettata e imposta sia dalla comunanza di origine e dalla eguaglianza della natura razionale in tutti gli uomini, a qualsiasi popolo appartengano, sia dal sacrificio di redenzione offerto da Gesù Cristo sull’ara della croce al Padre suo celeste in favore dell’umanità peccatrice» (enciclica Summi Pontificatus 20-10-1939). Per Giovanni XXIII (1958-1963) l’ultimo risolutivo della questione sociale sarà la carità complemento e perfezione di quella giustizia ed equità alla quale accennava nelle sue encicliche Mater et magistra e Pacem in terris invitando i cristiani alla ricomposizione dei rapporti di convivenza nella verità, nella giustizia e nell’amore » (Mater et Magistra 15-05-1961), perché la pace è possibile solo se basata su di un «ordine fondato sulla verità, costruito secondo giustizia, vivificato e integrato dalla carità, e posto in atto nella libertà» (Pacem in terris, 11-04-1963).  Paolo VI (1963-1978) auspicava l’avvento della vera carità cristiana, che non resta «puramente teorica, verbale e sentimentale», ma «ha al suo seguito altre virtù prima la giustizia, che è la minima misura della carità, ed altri coefficienti, che rendano pratica, operante, concreta l’azione ispirata e sorretta dalla carità stessa, nel campo variamente specifico delle realtà umane e temporali» (Discorso per la giornata dello sviluppo, Bogotà 23-08-1968). Giovanni Paolo II (n.1920, 1978-2005) già nella sua prima enciclica Redemptor Hominis affermava che l’uomo diventerà«veramente migliore, cioè più maturo spiritualmente, più cosciente della dignità della sua umanità, più responsabile, più aperto agli altri, in particolare verso i più bisognosi e i più deboli, più disponibile  a dare, a portare aiuto a tutti… [quando] crescono davvero negli uomini, fra gli uomini, l’amore sociale, il rispetto dei diritti altrui per ogni uomo, nazione, popolo» (Giovanni Paolo II, Redemptor Hominis 4 marzo 1979 n.15). Perciò, perché l’uomo diventi sempre più uomo, deve aspirare «alla verità, al bene, al bello, alla giustizia, all’amore» (Ibidem, n.14, p.631). Di conseguenza «carità e giustizia non sono in opposizione, né si elidono a vicenda: la carità, primo dovere di ogni cristiano, non solo non rende superflua, ma richiama e completa la giustizia, che è virtù cardinale per ogni uomo» (Giovanni Paolo II, Discorso ai napoletani, 21-10-1979, n.4, p.10). Infine Benedetto XVI nella sua prima enciclica Deus caritas est ha affrontato il capitolo su giustizia e carità in questi termini:  Fermo restando che «il giusto ordine della società e dello Stato è compito centrale della politica. Uno Stato che non fosse retto secondo giustizia si ridurrebbe ad una grande banda di ladri come disse S. Agostino, [ciò non toglie che] la carità sarà sempre necessaria, anche nella società più giusta. Non c’è nessun ordinamento statale che possa rendere superfluo il servizio dell’amore». Ma sarà l’ultima enciclica la  Caritas in veritate , da molti considerata la summa della dottrina sociale della Chiesa ad insistere in modo esplicito sul rapporto giustizia-carità.  Al paragrafo 6 così si legge: «la carità eccede la giustizia. [anche se la ritiene indispensabile] Non posso donare all’altro del mio, senza avergli dato in primo luogo ciò che gli compete secondo giustizia. Chi ama con carità gli altri, è anzitutto giusto verso di loro. Non solo la giustizia non è estranea alla carità, non solo non è una via alternativa o parallela alla carità: la giustizia è inseparabile dalla carità, intrinseca ad essa. La giustizia è la prima via della carità» . Se volessimo dare un immagine della carità, potremmo dire che essa rappresenta gli occhi della giustizia, in quanto la carità spesso anticipa i bisogni di giustizia, li fa vedere, poi magari è la giustizia a realizzare.

Il problema dei rapporti della carità con la giustizia è oggi attuale poiché la prima serve a risvegliare il senso della seconda e a stimolarne l’applicazione mediante individui, enti pubblici e privati, ma non può bastare col suo disinteressato donare là dove il ricevere è un diritto sociale. Diceva G. Toniolo « chi più può, più deve; chi meno può, più riceve». Le opere di carità cristiana possono completare le opere di giustizia sociale, ma non sostituirsi ad esse. Non possiamo dimenticare, però, che in applicazione ai principi di carità cristiana, essenza del cristianesimo sociale, la chiesa ha provveduto  nei secoli all’assistenza di coloro che ne avevano bisogno, elargizioni di beni in natura e in denaro ai poveri, ospitalità e cura per i viandanti, gli orfani, le vedove i disoccupati, i vecchi, i malati. Fu la carità dei francescani a istituire i monti di pietà per sottrarre i bisognosi dalle grinfie dell’usura, condannata prima dalla chiesa cattolica e poi dalle leggi civili. Ma non c’è vera carità senza giustizia. Anzi giustizia e carità per essere autentiche devono associarsi ed integrarsi indissolubilmente, se è vero, come dice S. Tommaso che «misericordia senza giustizia è madre della dissoluzione», è anche vero che «giustizia senza misericordia è crudeltà».

A questo punto, desidero proporvi due esempi nei quali risulta evidente e quasi emblematica la stretta relazione tra carità e giustizia sociale. Si tratta di due figure fra loro molto lontane nel tempo, ma unite dallo stesso spirito di carità e dallo stesso anelito di giustizia sociale: Girolamo Savonarola (1452-1498, scomunicato da Alessandro VI e condannato a morte perché ritenuto eretico e scismatico) e Luigi Sturzo (1871-1959).

Secondo Savonarola il progetto democratico di società e di governo, che egli concepisce secondo i canoni evangelici, è l’unico capace di attuare la giustizia sociale. Il frate domenicano non si limita a indirizzare aspre critiche al comportamento del clero e della Signoria, motivo principale della crisi morale e politica di quella società, né ad indicare la forma di governo che meglio di altre avrebbe garantito la pace pubblica e il bene comune; egli si fa anche  portatore di vere e proprie istanze sociali. Le sperequazioni economiche, l’indigenza delle classi più deboli destano nel frate domenicano un tale sdegno da indurlo a frequenti e duri richiami sia ai signori sia al clero, sollecitando giustizia e aiuti materiali: «O voi che vivete in tante delizie ed in tanta pompa ed in tante ricchezze, o signori della Italia, volete voi lasciare le vostre usurpazioni, le vostre oppressioni de’ poverelli, la vostra tanta abundantia […] ai poveri bisogna provvedere prima di ogni altra cura». Savonarola si prodigò molto con la parola e con l’azione per l’emancipazione sociale e politica delle classi più indigenti esortando tutti alla carità:«il popolo vuole, soprattutto, vedere alleviata la sua indigenza. Perciò voi ricchi date a’ poveri el superfluo e cominciate voi sacerdoti, per dare la vita agli altri; così dico alle monache: levate via tante cosuzze vostre e tante superfluità». Le parole di Savonarola potrebbero sembrare intrise di semplice filantropia. In effetti, Savonarola non si ferma all’evangelico quod superest pauperibus. A parte il fatto che per «superfluo» intende ciò che rimane all’uomo dopo aver soddisfatto con moderazione le sue esigenze, il frate va al di là della semplice forma caritatevole, assistenziale, incapace di eliminare le cause dell’indigenza e di sottrarre il povero alla sua condizione di inferiorità rispetto al ricco. Nella predicazione di Savonarola l’esortazione alla carità (che sarà un dovere preciso, più che un’inosservabile iniziativa) si accompagna con l’ammonimento che al povero si dia anche, e soprattutto del lavoro», tanto che in  una predica del 1494 il frate così esorta i fiorentini: «L’altra buona previsione è che s’apra le botteghe e che ognuno, e massime e’poveri, possano lavorare e sustentarsi colle loro fatiche». Savonarola considera il lavoro l’unico mezzo per sollevare dalla miseria il disoccupato e renderlo così «”civis” cioè aderente e interessato alla consociazione politica»,  ma dice anche che è necessario che a lavorare non siano soltanto i bisognosi ma anche i ricchi. Sono loro che per primi dovranno dare l’esempio «della fatica meritoria» abbandonando ogni cupidigia, sopraffazione e angheria consumata a danno dei poveri.

La carità intesa come virtù teologale costituisce il principio unificante dell’attività pastorale in campo sociale di don Luigi Sturzo, che risente dell’influsso del magistero di leone XIII. Tale prospettiva si può rilevare non solo nella sua formazione culturale, ma anche nel suo pensiero e nella sua azione politica. 

Luigi Sturzo sentì come una sua missione quella di introdurre la carità nella vita pubblica nella convinzione che la carità cristiana non può ridursi solo alla beneficenza o all’assistenza, ma deve essere l’anima della riforma della moderna società democratica nella quale le persone sono chiamate a partecipare responsabilmente alla vita sociale per realizzare il bene comune. In questo senso egli operò per tutta la sua vita. Affrontò i problemi di natura economico-sociale che attanagliavano la Sicilia e la sua Caltagirone tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento non in termini puramente assistenzialistici, ma  facendosi promotore di una serie di iniziative concrete (casse rurali, cooperative) che emancipassero il popolo dal giogo della povertà e creassero i presupposti per rendere tutti “liberi” di partecipare attivamente alla “costruzione della città dell’uomo secondo diritto e giustizia”. E a proposito della politica le sue idee furono sempre molto chiare:

 

«C’è chi pensa che la politica sia un’arte che si apprende senza preparazione,

si esercita senza competenza, si attua con furberia. È anche opinione

diffusa che alla politica non si applichi la morale comune, e si parla

spesso di due morali, quella dei rapporti privati, e l’altra (che non sarebbe

morale nè moralizzabile) della vita pubblica. La mia esperienza lunga e

penosa mi fa invece concepire la politica come saturata di eticità, ispirata

all’amore per il prossimo, resa nobile dalla finalità del bene comune».

(Luigi Sturzo, Messaggio al Circolo di Cultura ‘Luigi Sturzo’ di Napoli pubblicato il 16 dicembre 1956 dal quotidiano “Il Popolo”).

 

Non possiamo negare che la mentalità contemporanea predilige la giustizia e considera paternalisticamente la carità. È un tempo, il nostro, in cui la carità è in crisi e viene rigettata in nome di una presunta giustizia sociale, e in tal modo si corre il rischio di perdere l’una e l’altra. Ma ci si chiede è possibile una giustizia se dentro e al di sopra della giustizia stessa non c’è la carità? Tutti invocano la giustizia come apportatrice di pace; ma la storia antica e recente ci ha sempre dimostrato che è proprio appellandosi alla giustizia che i popoli e le nazioni si sono affrontati, per cui la storia è un susseguirsi di lotte, di guerre e di sangue. Ciò dimostra che in nome della giustizia gli uomini si possono ancora dividere, mentre bisogna cercare in qualcosa altro ciò che unisce. E questo altro è precisamente la carità cristiana che può effettivamente attuare l’unità di tutto il genere umano e attraverso l’unità l’ordine e la pace. Soltanto questa carità sociale potrà animare una giustizia sociale e giungere così più lontano della giustizia, la quale da sola non arriverà a colmare tutte le lacune e a sciogliere tutti i problemi che travagliano l’uomo e la società.

Se il mondo moderno ha così spesso tradito la giustizia è perché ha preteso di sostituire alla carità la filantropia che, come disse Chateaubriand «è la moneta falsa della carità». Si tratta, quindi, non di fare semplici elemosine o trasferire beni materiali,che possono avere solo una funzione provvisoria in attesa di una più piena attuazione della giustizia sociale,  ma soprattutto di mutare le strutture affinchè creino una nuova giustizia e nuovi rapporti sempre più umani, più corrispondenti alla vera dignità dell’uomo per una vera e completa «promozione umana». Sappiamo anche quanto sia illusorio pensare che siano le istituzioni a mutare gli uomini; sono, invece, gli uomini rinnovati che rinnovano le istituzioni. Pertanto dobbiamo essere consapevoli che la vita politica non può essere altro che proiezione della vita morale e dovrà essere perenne il richiamo a quel “dover essere” a cui tutti gli uomini dovranno affidarsi per diventare sul serio buoni cittadini.

 

Monreale, 28 maggio 2010

 

Prof. Rosanna Marsala

 

 

 

progetto: SoMigrafica 2009